Interviste ai Soci

Interviste ai Soci


I limiti della globalizzazione potrebbero far rientrare parte della produzione in Italia

25/05/2020 - Autore: Marina Bottinelli
La crisi del coronavirus ha rotto molti equilibri e ha smontato modelli di business di successo in essere da molti anni.
Grazie alla globalizzazione diverse aziende italiane hanno trasferito all’estero la produzione industriale mediante la delocalizzazione o l’internazionalizzazione.
L’avvento del CODIV-19 ci ha fatto comprendere i limiti di queste strategie. Ci sono infatti aziende che a causa della supply chain interrotta, le limitazioni di trasporti delle merci, etc. si trovano oggi in forte difficoltà.

Ci vuoi dire quali sono i maggiori problemi che colpiscono oggi le aziende?

Le aziende stanno fronteggiando e dovranno gestire quella che, a detta degli analisti e delle istituzioni nazionali ed internazionali, sarà la peggiore crisi economica dell’epoca moderna, certamente molto più seria di quella che si manifestò a partire dal 2008 e che ebbe origine dal settore finanziario.
L’emergenza Coronavirus ha per di più colpito un’economia, quella italiana, che già fronteggiava una fase di stagnazione del ciclo economico, considerato che la crescita del PIL reale del 2019 era stata appena dello 0,3%. Ora le stime dell’impatto economico della pandemia mostrano una costante e preoccupante tendenza a rivedere al ribasso indicatori e indici, con il PIL italiano in crollo di oltre il 9%. Previsioni davvero pessimistiche per un Paese che, oltre allo shock sull’economia reale, avrà un significativo peggioramento dei conti pubblici come conseguenza delle varie manovre emergenziali del governo a sostegno dei redditi, del lavoro e della liquidità delle imprese che sono in molti casi bloccate dal lockdown.
Peraltro, nonostante il lockdown non sia stato mai totale, la decisione di non interrompere la circolazione delle merci, almeno quelle essenziali e strategiche, non è stata coordinata con strumenti idonei a mettere le imprese in condizione di riprogrammare con un minimo di strategia la prosecuzione delle attività produttive. Anzi, le decisioni e le scelte politiche sono state basate su criteri formalistici, poco coerenti e non sempre discussi e verificati con i reali attori economici: mi riferisco, ad esempio, alle continue modifiche degli elenchi delle attività permesse elaborate utilizzando i codici ATECO. Ma anche le misure di sostegno - molto spesso più annunciate che realizzate - non si sono certo distinte per praticità e snellezza burocratica.
Attualmente, il sistema industriale è quindi in difficoltà, con supply chain messe in crisi dai vari blocchi mondiali e con vendite impattate sia dalla crescente e talvolta “obbligatoria” propensione all’utilizzo dei canali di e-commerce sia da un progressivo atteggiamento di risparmio “forzoso” sui generi voluttuari.
D’altra parte, la drammatica crisi di liquidità unita al deterioramento costante nei livelli di fiducia e certezza sul futuro da parte dei cittadini/consumatori non aiuteranno la ripresa di futuro consumi.
Inoltre, non si possono trascurare gli importanti costi aggiuntivi che sono stati sostenuti dalle imprese per adeguarsi alle norme sanitarie previste nei diversi protocolli e che andranno certamente ad aumentare e consolidarsi nel prossimo futuro, né l’instabilità degli approvvigionamenti o la ridotta disponibilità di personale che ha riflessi significativi sulle efficienze di produzione.
Per rispondere quindi alla tua domanda, la mia opinione è che le aziende in questo momento abbiano fortissima necessità di essere assistite nella ricerca e nel monitoraggio della liquidità, nella verifica della propria struttura di governance, nella gestione della supply chain e nella formulazione delle migliori strategie di vendita, magari focalizzandosi su quei mercati che beneficeranno di pacchetti di aiuto di dimensioni più significative.
In relazione al tema della supply chain, ritengo necessario che le aziende effettuino delle riflessioni sulla propria intera value chain, per verificare se essa sia ancora adeguata rispetto a mercati che, sia sul versante degli approvvigionamenti e della produzione sia su quello della vendita, potranno nel tempo subire blocchi, più o meno totali.

Una soluzione potrebbe essere il tornare a produrre in Italia? Ma a che costo?
Ritornare a produrre in Italia o comunque ad utilizzare filiere produttive italiane potrebbe essere la soluzione vincente non solo per le aziende singole che decidessero di gestire la propria attività industriale integralmente nel nostro Paese, ma anche per quelle che, avendo relazioni con partner presenti in altri paesi della UE, potrebbero garantire loro di ridurre o frazionare il rischio di supply chain basate esclusivamente su paesi asiatici.
È chiaro che una simile decisione potrebbe comportare costi significativi e ciò per almeno due principali ragioni.
Mi riferisco ai costi connessi all’uscita dai Paesi in cui attualmente sono ubicati le aziende e gli impianti produttivi e, dall’altro, quelli necessari a riprendere la produzione in Italia.
Sotto il primo profilo, senza addentrarmi in dettagli eccessivamente tecnici, segnalo che le diverse normative internazionali disciplinano varie forme di “exit” e “entry tax” e quindi richiedono approfondite due diligence fiscali.
Quanto invece all’aspetto dei costi più prettamente industriali connessi al rientro, ovvero quelli inerenti alla ripresa o all’impianto vero e proprio della produzione in Italia, ritengo che la valutazione più sensata sia quella di avere una maggiore propensione al ritorno in tutti i casi in cui a ciò faccia seguito la riattivazione di stabilimenti e impianti esistenti ma ora parzialmente o totalmente inutilizzati, quindi con minore necessità di risorse finanziarie.
Così, d’altra parte, fin dall’inizio dello scoppio dell’epidemia in Cina, si sono mossi i più importanti player mondiali che hanno spostato la propria produzione in Paesi limitrofi, ma in cui già avevano impianti e macchinari e che erano parzialmente sottoutilizzati.
Aggiungo poi due ulteriori considerazioni personali.
Ritengo che in alcuni casi (si pensi ad esempio al settore Fashion&Luxury) una produzione realmente “Full Made in Italy”, supportata da un’apposita e pervasiva campagna di informazione mediatica, potrebbe portare anche ulteriori vantaggi agli operatori che decidessero per il rientro in Italia, non solo da un punto di vista di immagine, ma anche di migliore marginalità economica.
Ma importante e strategico per l’Italia sarà anche implementare quello che da qualche tempo si sta cercando di proporre agli organi di governo, ovvero l’estensione di benefici fiscali ora riguardanti le sole persone fisiche che tornano o arrivano per la prima volta in Italia anche alle aziende che decidessero di trasferire la sede della propria attività in territorio italiano.

Hai la sensazione che il rientro in patria possa rappresentare una realtà nel prossimo futuro?
Personalmente ritengo che il cosiddetto “back to local” possa rappresentare non solo un modo efficace ed efficiente di gestire supply chain e filiere produttive, ma anche di valorizzare una produzione che, come già ricordato, sia veramente e totalmente “Made in Italy”. Porre grande attenzione ai dettagli, alla qualità artigianale nell’accezione più positiva del termine, al rispetto dei lavoratori e dell’ambiente, può contribuire ad incrementare la marginalità, soprattutto in possibili futuri contesti di volumi di vendite molto più ridotti di quelli realizzati nel passato.
Certo, molto dipenderà dalla capacità del Sistema Italia di cambiare passo, di effettuare massicci investimenti, sia economici sia culturali, in tutti quegli aspetti che saranno strategici per affrontare il futuro: mi riferisco alle infrastrutture digitali, alle infrastrutture fisiche, al superamento della burocrazia fine a se stessa e a nuovi modi e regole di vivere la vita economica e sociale.
In fondo, la Pandemia ci ha messo in condizione di non avere alibi per fare tutto ciò o, almeno, per provare a farlo.

Cosa potresti consigliare a chi intendesse tornare a produrre in Italia?
Oltre a valutare le ricadute positive che l’immagine Made in Italy può portare al business aziendale, analizzerei con attenzione dove siano ubicati i propri fornitori principali e quali e dove siano i propri mercati di sbocco, onde evitare impatti negativi dai possibili futuri lockdown.
Ritengo sarà anche importante monitorare e sostenere il fabbisogno di liquidità nel tempo anche attraverso eventuali fondi pubblici e privati messi a disposizione dall’Italia e dall’Europa.
Si potranno sfruttare tutte le potenzialità dell’ICT e del digitale: anche se, come ho già detto, molto dipenderà da quanto lo Stato italiano investirà per sviluppare le infrastrutture tecnologiche e per semplificare gli adempimenti e la burocrazia in generale.
Sono in atto cambiamenti straordinari nel modo di fare business: stiamo entrando, direi siamo entrati, nella cosiddetta “economia digitale”, che non è un concetto relativo solo al della tecnologia, ma che abbraccia il futuro modo di produrre, vendere e consumare nel loro complesso.
Da ultimo, grande attenzione dovrà anche essere dedicata all’e-commerce verso il quale, già prima della pandemia, si stavano ormai orientando anche l’alta moda e il lusso, anche attraverso proposte di acquisto interattivo altamente personalizzato.


Luca Luigi Tomasini
Dottore commercialista - Revisore legale
CFE European Register Tax Adviser
Website: www.studiotpp.com
e-mail: LLTOMASINI@STUDIOTPP.COM