Interviste ai Soci

Interviste ai Soci


Investire durante un periodo di crisi

02/06/2020 - Autore: Marina Bottinelli
Tassi bassi, dollaro americano, petrolio, Venezuela e molto altro, ci mettono in serie difficoltà quando si tratta di scegliere come investire i nostri soldi. Con Roberto Plaja, Founder & CEO di Orthos Advisory AG, abbiamo cercato di fare chiarezza su alcuni aspetti.

Roberto, oggigiorno, forse anche a causa della forte incertezza causata dal coronavirus, si assiste ad una corsa disordinata agli investimenti più disparati e fantasiosi, alla ricerca di grandi guadagni oppure con l’intento di proteggere il proprio capitale. Quale consiglio puoi dare a chi si vuole orientare in maniera più efficace ed efficiente ai mercati?


Premetto che l’incertezza e la corsa agli investimenti più disparati a cui si assiste oggi non è cosa nuova o eccezionale. In genere non si ha mai un’idea di quello che il futuro ci riserva, e la ricerca d’investimenti o strategie particolari è legata per lo più all’incapacità generale di aver pazienza. Si pensa che con qualche previsione o idea interessante (e di conseguenza la frequente movimentazione del portafoglio) si possano sfruttare opportunità (reali o immaginarie) che ci faranno guadagnare più dei mercati. Questo purtroppo non è il caso, anche per la stragrande maggioranza dei professionisti della materia.

Oggi a chi volesse operare in modo efficiente e produttivo sui mercati darei quindi gli stessi consigli che elargirei in qualunque altro momento:

-    Determinare l’obiettivo temporale del portafoglio o degli investimenti,
-    Investire in un misto di veicoli passivi (come gli exchange traded funds o i fondi indicizzati) dove l’allocazione azionaria dipenderà dalla lunghezza dell’orizzonte temporale esaminato nel primo punto, e
-    Avere pazienza: col tempo si realizzano tante cose, anche se ciò implica assorbire momenti difficili (come quello odierno).


Qual è la differenza fra gestire autonomamente il proprio patrimonio e darlo in gestione ad un professionista che lo fa al posto tuo? Come la mettiamo con la fiducia?


Il tema della tua ultima domanda è di un’importanza spesso sottostimata, cosa che nella realtà produce risultati molto mediocri se non addirittura disastrosi (da un punto di vista finanziario). Ma andiamo in ordine.

Gestire un patrimonio autonomamente - nel gergo, il ‘fai-da-tè’ - significa proprio quello: farsi carico di tutte le decisioni pertinenti ai propri investimenti, dalla strategia a lungo termine alla allocazione tattica, dalla scelta dei veicoli d’investimento alle piattaforme di trading e custodia, fino all’ottimizzazione dei costi di tutto il programma. Come dire, in senso medico, essere il dottore di sé stessi.

Dare in gestione i propri averi finanziari significa trovare un professionista che s’incarichi del vostro programma d’investimento. La cosa non è così semplice. Ci sono vari problemi nel trovare la persona giusta (per entrare subito nella questione ‘fiducia’):

-    Capacità professionale e conoscenza della materia – sembrerebbe strano, ma sono veramente pochi quelli che ne capiscono al livello fondamentale.
-    Indipendenza – anche su questo aspetto sono pochi i professionisti che lavorano per conto proprio e quindi in modo indipendente da banche o reti di promotori.
-    Ruolo del ‘consulente’ – nei casi dove manca l’indipendenza, il consulente è tipicamente un ‘venditore’: i suoi interessi professionali e remunerativi sono legati ai volumi in gestione e alla quantità di transazioni o di vendite di fondi, con poco riguardo per il benessere del cliente. Questo tipo di consulente ha, in pratica, grossi conflitti d’interesse.

Quindi, cosa si può fare in pratica una persona che ha bisogno di un professionista per gestire le sue finanze?

-    Rimboccarsi le maniche e usare molto buon senso,
-    Capire le motivazioni e la struttura della remunerazione del professionista (non servono necessariamente i valori assoluti, ma le percentuali e le origini del suo reddito si),
-    Conoscere la sua storia professionale,
-    Evitare raccomandazioni di familiari e amici intimi (a meno di non ritenerli veramente idonei e di affidamento),
-    Evitare suggerimenti e idee provenienti da pubblicità o articoli di giornale,
-    Fare molte domande, ascoltare le risposte e capire se il consulente parla in modo chiaro e comprensibile, anche di concetti relativamente complessi, oppure in modo confuso e pieno di termini strani,
-    Chiedere di specificare tutti i costi di gestione – inclusi quelli accessori come la custodia, l’amministrazione e i veicoli d’investimento,
-    Alla fine, chiedersi se ‘gli affideresti tutti i risparmi di tua nonna?’ 

Tempo fa scrissi un blog in inglese proprio su questo argomento, dopo che mia moglie mi chiese, serenamente durante la cena fra uno spaghetto e l’altro, ‘e io che faccio coi soldi se tu muori domani?’ Se volete lo trovate qui.


Che cos’è il robo advisor? La macchina sostituirà l’uomo?

La storia della sostituzione macchina/uomo è vecchia; forse meglio parafrasare la questione in termini di cambiamento di ruoli o di professioni. Come in tanti mestieri, anche nella gestione degli investimenti ci sono delle attività che possono essere meccanizzate mentre altre resteranno – sono un’ottimista – di natura strettamente ‘umana’.

Un robo advisor è appunto un gestore automatizzato, nel senso che certe operatività sono eseguite direttamente da un computer senza l’aiuto diretto di un essere umano. L’essere umano ha certamente il compito di monitorare ed eventualmente cambiare la funzionalità del programma che gestisce i soldi, ma questa è più un’attività di sfondo e non della gestione giornaliera dei portafogli. L’investitore in genere contatta un sito specifico, risponde a certe domande riguardo la sua propensione al rischio e all’obiettivo temporale degli investimenti, e alla fine del processo il robot risponde con una proposta di asset allocation. Se il cliente vuole può accettare la proposta, se no può modificare i suggerimenti della macchina come crede. Da lì (e dopo aver riempito i dovuti documenti d’apertura del conto) il robo advisor automaticamente gestisce il portafoglio tenendo il livello di rischio prescelto e ribilanciando i pesi degli investimenti periodicamente.

Questo tipo di gestione non dev’essere confusa con la ‘gestione quantitativa’, che è un vero e proprio processo d’investimento con caratteristiche prettamente specifiche e spesso molto complesse.

Ci sono persone che puntano tutto sulle criptovalute perché sono di moda ed in passato hanno generato fortissimi guadagni, anni fa alcuni hanno investito tutto in azioni delle società di internet, a volte perdendo tutto il proprio capitale. Perché la diversificazione è così importante?

A rischio di farmi dei nemici, sono obbligato a fare una distinzione prima di procedere. Le criptovalute non sono un investimento, in quanto né conducono in sé stesse né danno accesso ad attività produttive di qualunque genere. (A mio avviso, non sono neanche ‘valute’ ma qui usciremmo troppo dai confini di questa sessione). Quindi per me chi punta ‘tutto’ o anche ‘parte’ dei propri averi in criptovalute sta facendo della pura speculazione, non un’attività d’investimento.

Ma il tuo punto era un altro: la diversificazione. Perché è così importante? Per la semplice ragione che, applicata ad un portafoglio, ha l’effetto di smorzare i su e giù delle valorizzazioni senza necessariamente diminuire i rendimenti medi. Questo avviene perché in un portafoglio diversificato si hanno tante posizioni (appunto, diversificazione) che non si muovono tutte insieme nella stessa direzione e con la stessa intensità. Ma nel tempo e nell’insieme, queste posizioni daranno l’effetto di un rendimento medio relativamente stabile.

Questo non significa che fare degli investimenti concentrati (in poche posizioni, come per il tuo esempio delle società di internet dell’inizio del secolo) non possa dare soddisfazioni. Basta chiederlo a Bill Gates. Però se a Bill Gates gli fate veramente la domanda, quando lo lasciate, inebriati dopo la sua concitata risposta, ricordatevi che appunto di Bill Gates c’è n’è uno solo (tra quanti miliardi di esseri umani?).

Ci spieghi qual è la filosofia di Orthos Advisory e come riesci, grazie ad essa, a soddisfare le esigenze di portafogli di entità molto diverse?

Noi lavoriamo con delle premesse molto semplici:

-    Fare il lavoro di budgeting: determinare a che cosa servirà il capitale da investire;
-    I mercati sono imprevedibili, e quindi pagare per ‘performance’ oggi non vale la pena;
-    Minimizzare i costi è essenziale; e
-    Trasparenza assoluta.

Riconoscerai in parte che queste sono premesse che tutti predicano. Purtroppo, predicare è una cosa e fare nel concreto è un’altra. Noi ci riusciamo perché siamo molto focalizzati sui nostri clienti e abbiamo un approccio commerciale particolarmente favorevole per loro.

In questo contesto e nel mondo di oggi dove ci sono veicoli d’investimento estremamente diversificati, efficienti e poco costosi le dimensioni dei portafogli stessi diventa irrilevante: tutti – da chi ha 10,000 franchi a chi ne ha 100 milioni – possono ottenere gli stessi risultati.